Kenya

fra cielo e terra

 

A sessant’anni suonati, l’Africa mi ha regalato un nuovo senso della vita.

E mi ha insegnato ad andarmene felice, quando verà il momento.

 

Il Kenya ha ispirato a Roberto Vecchioni il suo ultimo disco. E il cantautore milanese racconta a ©arnet “la sua Africa”, un pellegrinaggio geografico alla ricerca di un nuovo senso della vita.

 

Il vecchio racconta. Parla un inglese improbabile e quando non ce la fa si rifugia nel suo Swahili e nei gesti. Io gli sto seduto accanto, il fuoco è cenere, la luna disegna ombre di palme altissime, il vento dà voce alle foglie. Il vecchio è piccolo e immenso: veleggia il suo abito rosso nella brezza; il suo capo è come staccato dal corpo, fra terra e cielo; gli occhi guardano all’infinito, oltre il cielo, dove io non posso arrivare, ma lui sì, lui è uomo di pioggia e di medicina, lui solleva il bastone e muove le nuvole, accende le stelle. Muoveva. Accendeva. Prima, molto prima, quando il cielo era basso e il tempo lentissimo, come li aveva lasciati Dio andandosene senza promesse di ritorno. Era tutto vivo allora: le piante, gli animali, la collina, il fiume, il tuono, e vivere significava organizzare questa vita, carpirne i segreti per conservarla, non mutarla mai. Tessere un filo indistruttibile tra corpi e anime, perché niente muore, tutto continua ad esserci e va onorato, rispettato, ma pure imbrigliato, dominato. Mangiare farina di polenta significa riandare alla stagione del raccolto, chiuder gli occhi fra un boccone e l’altro, veder crescere il mais. Uccidere un animale vuol dire perfino commuoversi: ogni animale è in qualche modo parente di un clan, d’una famiglia. Non si consuma l’universo senza in qualche modo ricostruirlo. Lasciarlo uguale a come l’han consegnato gli antenati è cosa sacra: ripetere senza fine i gesti, i modi degli avi è rito, imitazione del mondo perfetto da loro trasmesso, il mito. Fuori dal rito non esiste niente, non conta niente.

 

Passa una nuvola sulla luna, il vecchio ha molte mogli, ognuna accorre ad un cenno preciso, diversificato. Ognuna rappresenta una porzione dell’universo, dalla giovinezza del torrente alla libertà della pianura, al segreto del bosco. Il vecchio chiede se ho sete. Lontano, molto lontano, brillano piccole luci di torce. Tanto, tanto tempo fa la notte era miracolo ed era un miracolo il giorno, miracolo la primavera. No, non Dio, Dio se ne fregava. Era lui a spiegare il rito dei ritorni.

«Sì, ho sete».

Il vecchio alza lentamente una mano. Passa un’altra nuvola sulla luna. Abbaia un cane. Ombre silenziose si allungano al di là nel fuoco riacceso. Grilli. È forse suggestione ma da qualche parte mi arriva un dolcissimo, ripetuto suono di canto corale. Chiudo gli occhi come in sogno. Il vecchio mi sveglia: «Bevi, bwana». Sua moglie, la più giovane, mi porge impassibile una lattina di Coca-Cola.

 

Watamu è un paese sul mare, centocinquanta chilometri a nord di Mombasa, trenta sotto Malindi. Io ho casa lì. La baia di Watamu è un prodigio naturale: per crearlo ci si son messe tutte le forze della natura, a partire da una luna impazzita: perché qui la luna è folle. La prima volta che ci ho messo piede e sono andato in spiaggia mi son detto: bene, posso anche tornarmene a Milano. Non c’era il mare: o meglio, c’era sì, ma lontanissimo e burrascoso, roba da velisti votati al suicidio. Tra me e il mare un’immensa distesa di sabbia sulla quale si ergeva una ventina di minute colline verdi erose dall’acqua. Fu allora che incontrai “Ravanelli” e “Marco”, due strampalati ragazzi keniani, due forme di passaggio tra il vecchio e il nuovo, il peggio del nuovo. Watamu, questa accozzaglia di capanne adibite a negozi per turisti, questa miseria di terra e fango dove gli italiani, i tedeschi, gli inglesi hanno costruito ville in stile “africano” che gli Africani non hanno mai avuto, Watamu è un’assurda, grottesca replica della cultura superficiale, esteriore dell’occidente, dove niente più conta o quasi, tranne far soldi, anche pochi, in tutti i modi possibili e immaginabili. I soldi sono oggetti, luccichii, possesso, comodità, micropotere. Sotto il vestito niente. Questo abbiamo insegnato al Kenya in un secolo e mezzo di dominazione. Avevamo di più, molto di più da poter dare: c’è tutto un mondo sotto i nostri orologi, televisori, computer, gioielli, vestiti, automobili. C’era tutto un mondo di ragioni e sensi da spiegare. E invece a loro è arrivata solo la buccia, l’involucro. Come sta succedendo in Italia, come sta succedendo ai nostri figli.

 

I vecchi contan poco. I giovani passano la giornata a proporre affari poco credibili, a inventare escursioni, raccontar palle commoventi, a rifilarti prostitute, ragazzine quasi sempre, e a loro insaputa, malate di Aids. E devon far presto, devono accumulare più spiccioli possibili (ché di spiccioli si tratta), perché i turisti partono e loro restano e loro hanno famiglia e mangiare è una scommessa quotidiana, curarsi una chimera. Ma per fortuna non è tutto così. Esistono persone serie, belle, solari, esistono giovani che lavorano, che studiano, esistono professionisti credibili, anche se quando ti trovi davanti un bambino sai che il margine della sua limpidezza, della sua naturalità, corre il rischio pesantissimo di assottigliarsi sempre più con l’età perfino con la tua vicinanza. A Ravanelli e Marco è capitato così, ma sono due lestofanti ingenui e ancora generosi. Loro mi chiamano “pàpa”, non in senso sacro, e a volte penso che se li avessi incontrati prima sarebbero stati diversi. O forse no, forse mi sopravvaluto. Ma Ali, un bimbo che già si muoveva come loro e rubava in giro per far regali a mia moglie (“mama”), l’abbiamo tolto dalla strada e spedito a scuola, in collegio, dove ha incontrato Dila, un altro nostro figlioccio che ha fatto tre anni in uno ed è bravissimo. E cosi ad Ali son luccicati gli occhi per la divisa nuova, per il campo di calcio, e per un kitanga, un letto, anche senza materasso.

Quella mattina, la prima mattina che guardai il mare e non lo vidi, Ravanelli e Marco, dopo aver tentato di vendermi anche la suocera, mi dissero di tornare sulla spiaggia nel pomeriggio. Ci tornai, e vidi la cosa più bella e sconvolgente di tutta la mia vita: il mare era risalito, completamente, e mi arrivava ai piedi: là in mezzo, tra me e l’orizzonte le collinette si erano tramutate in piccole isole sparpagliate nella baia: tra le isole galleggiavano vele e catamarani. Altre barche stavano tornando e fendevano l’ultima luce: sulle barche cantavano, tutti.

 

Da allora conosco la baia come le mie tasche. So che la marea cambia ogni sei ore e la spiaggia, l’immensa spiaggia si ricopre lentamente d’acqua per poi altrettanto lentamente svuotarsi lasciando per ore delle piscine naturali chiarissime dove sdraiarsi in solitudine. In quelle ore di tramonto arrivano i bambini e mettono in mare piccole barche fatte con canne, sandalini di gomma e plastica di sacchetti a mo’ di vela: son gare vere e proprie con tanto di tifo e incazzature. Ormai son dei loro. Ma la barca di pàpa, chissà perché, arriva sempre ultima. In quelle ore di tramonto, in quelle albe io «so» che c’è Dio e che non potrebbe essere altrimenti. E so che è lo stesso Dio del vecchio, quello che, prima di sparire, ha insegnato agli uomini come si conserva l’universo, in un giorno che gli americani erano probabilmente assenti.

Frequento pochi italiani a Watamu. Pochi ma buoni. La maggior parte degli italiani in quel tratto d’Africa sono o banditi o profughi finanziari o cafoni arricchiti o semplicemente persone all’ultima spiaggia, scettici annoiati, arenati come tartarughe. Parlano poco, non pensano quasi mai, trattano i keniani con il distacco e l’arroganza che non potrebbero permettersi in patria: che anzi in patria erano abituati a subire. Ma tra i pochi che frequento ce ne sono di splendidi: dai solitari che han piantato tutto per vivere in armonia col posto e la gente di qui alle famiglie, semplici, che conservano sentimenti e slanci di altri tempi. Giro e parlo con tutti, visito i villaggi interni e cerco spiagge deserte, leggo moltissimo, tento di insegnare l’italiano. La mattina alle quattro parto per la pesca al tonno con Baraca e soci, qualsiasi mare ci sia. Si sta in quattro sul catamarano, sfalsati a due a due a prua e a poppa; in mezzo l’avvistatore. Usiamo lenze spesse ricavate dal budello di squalo che strappano la pelle tra pollice e indice, sempre che il pesce abbocchi. Tirar su un tonno è un’impresa titanica: le prime volte lasciavo fare sempre a loro. Poi poco alla volta ho imparato. Ora so tutto: se sto tirando su un maschio o una femmina, quanto pesa e quanto è lontano. E ho una cicatrice sulla mano destra. Spesso dove ci son tonni ci sono delfini, a gruppi, a colonie, dipende dall’ora. I delfini quando ti avvistano non ti mollano più e ti accompagnano fin quasi a riva. A volte penso che si preoccupino della tua incolumità. O forse son stati un tempo uomini e s’avvicinano alla costa per una specie di nostalgia istintiva. Sulla strada che va da Gede a sud invece incontro famiglie di babbuini. Se sono in macchina l’accerchiano e saltano su da tutte le parti, se sono a piedi scappano. Vivono il clan come numero chiuso, non sopportano intrusioni. Li ho osservati a lungo, da lontano: sanno fare di tutto e a volte mi sembra che conversino persino, chissà di cosa. Ho provato a tenerne uno in casa, è stato impossibile. Ci osservavamo a distanza, io dal patio, lui nel giardino e non si avvicinava di un metro. Così ho lasciato il cancello aperto perché credesse di trovar da solo la via di fuga. I babbuini sono permalosi: se l’avessi liberato io non se la sarebbe mai perdonata. Le canzoni originali keniane sono rare e introvabili: anche qui l’occidente ha fatto sfracelli. Reggae e affini sono l’imitazione dell’imitazione importata dall’occidente e in inglese son peggio delle canzoni di Sanremo. Una sola volta sono riuscito a trovare chi ne conosceva ancora. Mi han portato là come un cospiratore, che quasi credevo mi bendassero pure. Il villaggio, senza nome, sta da qualche parte introvabile tra Kilifi e il parco naturale di Tzavo.

Lì gli adulti replicano la festa dell’iniziazione e lì ebbi paura: per la prima volta e ultima capii cosa significa volare oltre lo spazio e stare come in equilibrio sul niente. La preparazione, l’atmosfera, la riproduzione reale, il pathos figurativo, l’intrecciarsi di urli, richiami, la terra battuta, squassata, il refrain circolare, ripetitivo fino all’ossessione. Niente più mondo, case, strade, fabbriche, chiese, solo fronde, buio. E nel buio niente uomini, solo maschere, cortine che ti fan diverso, ti disumanizzano, ti rendono parte dello spirito dell’universo, perché questo sono, per gli Africani, le maschere: un ricettacolo di tutte le esistenze, un riassunto dinamico dell’universo com’era all’origine e come il Mito ha insegnato a mantenere come tali. Per quanto quella cerimonia fosse solo l’imitazione di altre passate più vere, mi sconvolse violentemente. Non è possibile capire tutto ciò; è imparagonabile quel mondo di certezze cosmiche ancestrali al nostro di contingenze terrene esistenziali. Mi trovo, ci troviamo nella stessa impotenza che si prova a voler classificare razionalmente un’opera d’arte. Solo che qui siamo noi l’opera d’arte, noi uomini.

 

Forse sono qui, in Kenya, a sessant’anni suonati, per imparare ad andarmene felice, senza angosce o nodi alla gola, quando sarà il momento. Non potrei impararlo in Europa, in Italia, all’università, in giro per concerti. Nemmeno chino sulla letteratura, sulla poesia più entusiasmante di tutta la nostra cultura. In attesa provo a pensare agli altri, a riparare dove posso i danni dell’illuminismo bianco, con una forma d’amore che non conoscevo e che solo mia moglie poteva insegnarmi. E poi il vecchio in una cosa ha torto: Dio non se n’è andato, è lassù a due passi e il cielo è così basso qui che posso vederlo camminare da solo, meditabondo e incazzato, con le mani dietro la schiena e una piccola maschera di uomo sul viso.